Un ponte tra bello e natura: un nuovo approccio all’educazione ambientale

Un ponte tra bello e natura: un nuovo approccio all’educazione ambientale

Il contributo di oggi della Dott.ssa Maria Antonietta La Torre ci parla di un argomento molto interessante!
Il titolo è: “Un ponte tra bello e natura: un nuovo approccio all’educazione ambientale”.

Il contributo tratta l’argomento con una diversa prospettiva da quella finora prospettata di conservazione dell’ambiente e di tutela legata alle problematiche sociali ed economiche.

In una prospettiva diversa, per la Dott.ssa La Torre e altri studiosi di chiara fama, alla natura si può conferire un valore intrinseco, vale a dire le si può riconoscere un valore indipendente dai benefici che garantisce all’umanità, un valore proprio, autonomo, mutuato dal rispetto che si tributa alle opere d’arte: una prospettiva alternativa e, forse, stimolante per gli studenti.

La biodiversità, ad esempio, ha sicuramente un valore economico in quanto è necessaria al mantenimento dell’equilibrio ambientale, e in tal caso le attribuiamo un valore d’uso, ma ha valore anche perché l’apprezziamo dal punto di vista estetico.

Questo viene proposto come un valore intrinseco, la cui distruzione comporterebbe il sacrificio di un diritto sostanziale dell’umanità: quello a godere della bellezza della natura.

Resta certamente il dubbio se il riconoscimento del valore estetico della natura possa valere come argomentazione contro lo sfruttamento delle risorse naturali dettato dalla povertà o da esigenze di sviluppo ma l’approccio “estetico” appare utile a ottenere in un percorso di educazione ambientale il riconoscimento che la natura non può essere ricondotta a una mera valutazione economica.

Presentazione della Dott.ssa Paola Perlini.
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Contributo della Dott.ssa Maria Antonietta La Torre.

Un ponte tra bello e natura: un nuovo approccio all’educazione ambientale

Nelle aule si assiste con sempre maggior frequenza a un effetto boomerang del tutto inatteso dell’educazione ambientale: sollecitati sin dalla scuola primaria a riflettere sull’importanza della tutela dell’ambiente e delle risorse naturali, alcuni studenti appaiono nell’età dell’adolescenza demotivati e poco sensibili a un tema che è divenuto per loro prevedibile, scontato, oppure addirittura noioso e ripetitivo, e verso di esso manifestano perciò scarsa partecipazione e interesse, al punto da considerare, ad esempio, le iniziative degli attivisti alla Greta Thunberg inutili, eccessive, poco coinvolgenti, cosicché spesso non prendono neppure in considerazione l’idea di partecipare a manifestazioni in difesa dell’ambiente o di impegnarsi per fornire il proprio contributo al cambiamento, in ciò, per altro, favoriti anche dalle contraddizioni che a livello di politiche sociali essi stessi registrano, ad esempio con la cattiva gestione della raccolta differenziata da parte di alcuni Enti locali.

Come riaccendere il loro interesse?
Trovare nuove strade di accesso alla loro sensibilità?
Risvegliare le coscienze e fornire nuove motivazioni?

Un approccio innovativo potrebbe forse prendere spunto dall’assunto che la natura non detiene un valore meramente strumentale, in quanto utile a soddisfare le richieste dell’umanità.

Riconoscere alla natura un valore unicamente utilitario significa che l’impiego delle risorse, ma anche la loro preservazione, devono essere sottoposti al calcolo costi-benefici, che dunque occorre misurare e attuare il consumo più efficiente ed efficace ai fini del mantenimento dell’attuale livello (almeno per i Paesi occidentali avanzati) di benessere sociale, escludendo di conseguenza le iniziative, anche di preservazione, che comportino un eccesso di costi rispetto all’utile che da esse potrebbe essere garantito in termini di vantaggi e profitti; ad esempio, gli investimenti per la preservazione degli stock di risorse vanno commisurati al guadagno/risparmio economico che se ne potrà trarre.

Il termine “valore”, quando associato alla conservazione della natura, si connette in tal caso direttamente al valore economico o al valore d’uso che essa può garantire.

Per altro, non stupisce che tali criteri risultino poco attraenti, se è vero che l’adolescenza è “l’età degli ideali”, rispetto ai quali un calcolo meramente strumentale e opportunistico (ossia preserviamo l’ambiente per i nostri egoistici scopi), appare poco motivante.

In una prospettiva diversa, allora, alla natura si può conferire un valore intrinseco, vale a dire le si può riconoscere un valore indipendente dai benefici che garantisce all’umanità, un valore proprio, autonomo, mutuato dal rispetto che si tributa alle opere d’arte: una prospettiva alternativa e, forse, stimolante per gli studenti.

La biodiversità, ad esempio, ha sicuramente un valore economico in quanto è necessaria al mantenimento dell’equilibrio ambientale, e in tal caso le attribuiamo un valore d’uso, ma ha valore anche perché l’apprezziamo dal punto di vista estetico.

Una teoria ecologica meno diffusa, e certamente non sviluppata a livello politico e macroeconomico, è infatti proprio quella che fonda il rispetto per la natura sul suo valore estetico.

Questo viene proposto come un valore intrinseco, la cui distruzione comporterebbe il sacrificio di un diritto sostanziale dell’umanità: quello a godere della bellezza della natura.

A ben vedere, una considerazione meramente materiale e quantitativa delle risorse, ossia l’impegno a tutelare il pianeta perché le risorse non sono infinite e sono indispensabili alla sopravvivenza dell’umanità, non impedisce la distruzione di parti di natura, ove queste siano considerate non essenziali alla soddisfazione di bisogni, e non ostacola la tendenza all’incremento del controllo da parte dell’umanità sulla natura; al contrario, il riconoscimento di un valore estetico alla biosfera nella sua interezza fornirebbe motivi sostanziali per programmi di conservazione e conferirebbe anche una valenza etica alla preservazione.

Hargrove suggerisce proprio di istituire un paragone tra il rispetto assegnato alle opere d’arte, che riconosce in esse un valore intrinseco e non meramente commerciale, e quello da tributarsi alle bellezze naturali.

(E. C. Hargrove, Fondamenti di educazione ambientale, tr. it. Padova, Muzzio 1990. Cfr. anche E. C. Hargrove, The Future of Environmental Philosophy, in «Ethics & the Environment», vol. 12, n. 2, 2007)

Certamente anche per le opere d’arte vi è un mercato, si assegna ad esse un prezzo, ma i veri capolavori sono da considerarsi senza prezzo: si potrebbe mettere in vendita la Gioconda? E a quale prezzo? Significherebbe che non è un patrimonio dell’umanità ma potrebbe essere riservata al godimento di pochi?

Tale orientamento potrebbe suggerire un approccio didattico diverso dal consueto e suscitare negli studenti un sentimento rinnovato in merito ad un “valore” della natura che si colloca ben oltre la possibile monetizzazione delle risorse.

I filosofi del ‘700 avevano già scoperto il piacere disinteressato generato dalle bellezze della natura: il valore estetico è in se stesso non-strumentale, non utilitario, ossia non finalizzato ad un uso/sfruttamento egoistico.

Perciò alcuni studiosi sostengono che dall’applicazione del modello dell’opera d’arte alla bellezza della natura può scaturire un coinvolgimento emotivo, e dunque un sentimento di rispetto.

(Y. Saito, Appreciating Nature on Its Own Terms, in A. Carlson, A. Berleant (a cura di), The Aesthetics of Natural Environments, Broadview Press, Peterborough 2004).

Un paesaggio non ha una “cornice” che circoscriva e favorisca l’esperienza estetica, l’oggetto d’arte per eccellenza è identificato come un manufatto, e vi è una differenza sostanziale tra l’osservazione di un dipinto e il sentimento che si prova in prossimità del mare (R. W. Hepburn, The Reach of the Aesthetic: Collected Essays on Art and Nature, Aldershot and Burlington, Ashgate 2001.), tuttavia, come osserva Carlson, l’esperienza estetica può generare la percezione di una responsabilità di tutela (A. Carlson, Contemporary environmental aesthetics and the requirements of environmentalism, «Environmental Values», vol. 19, n. 3, 2010, pp. 289-314).

Insegnare agli studenti ad apprezzare la natura per la sua bellezza estetica, e non per la sua utilità, non a partire dall’esigenza di conservare un pianeta vivibile per l’umanità, istanza sostanzialmente egoistica e di mera autotutela, ma per il suo valore intrinseco di bellezza, può produrre per altra via l’avvertimento del dovere della sua tutela: infatti, si è in tal caso in presenza di un evidente e facilmente condivisibile e comprensibile principio morale, ossia che non è bene distruggere ciò che ha valore, dunque anche ciò che ha un valore estetico.

Leopold, con la sua etica della terra (A. Leopold, Almanacco di un mondo semplice, tr. it. Red, Como 1997), affermava sin dalla metà del secolo scorso il diritto umano a godere delle bellezze della natura, che induce a desiderare che esse restino a disposizione anche per i nostri figli e per i loro figli.

Ora, è evidente che la natura non è un’opera d’arte, anche se può essere percepita con la stessa attitudine che ci fa apprezzare l’opera d’arte, e che lo stesso manufatto artistico è stato variamente considerato nei secoli; nell’epoca attuale si considerano forme d’arte produzioni che in passato non sarebbero state classificate come tali; si potrebbe dunque obiettare che il riconoscimento del valore della natura su una base così effimera e mutevole non garantirebbe una protezione globale dei sistemi naturali, bensì solo di quelle parti di essi giudicate “belle” artisticamente e comunque secondo un gusto mutevole nel tempo e nello spazio.

Ciò significa che nicchie ecologiche non esteticamente “belle”, pensiamo ad esempio ad una palude, potrebbero essere distrutte senza preoccuparsene.

Tuttavia, l’appello all’“integrità estetica” (K. W. Robinson, K. C. Elliott, Environmental Aesthetics and Public Environmental Philosophy, in «Ethics, Policy & Environment», vol. 14, n. 2, 2011) può fornire un ausilio in tema di educazione ambientale, facendo comprendere agli studenti che l’umanità è responsabile dell’esistenza della natura e che l’esperienza del piacere estetico che questa consente può essere annoverata tra gli elementi che favoriscono una “vita buona” o addirittura tra i diritti umani fondamentali.

Costruire questo “ponte” tra due diverse “educazioni”, quella ambientale e quella all’immagine, significa fornire argomenti “forti”, includere la tutela del patrimonio ambientale tra i temi e valori “importanti”, quale, anzitutto, la giustizia, che si declina in questo caso nel diritto di tutti a vivere in un ambiente idoneo alla piena realizzazione di sé e anche in un ambiente esteticamente gradevole.

Resta certamente il dubbio se il riconoscimento del valore estetico della natura possa valere come argomentazione contro lo sfruttamento delle risorse naturali dettato dalla povertà o da esigenze di sviluppo; ricordiamo a tal proposito le resistenze manifestate dai Paesi in via di sviluppo sin dalla prima Conferenza di Kyoto sul clima ad adeguarsi ai parametri proposti ai fini della riduzione delle emissioni, rivendicando il proprio diritto a sfruttare e inquinare come hanno fatto i paesi industrializzati e quindi ad essere sottoposti a parametri meno stringenti; ma l’approccio “estetico” appare utile a ottenere in un percorso di educazione ambientale il riconoscimento che la natura non può essere ricondotta a una mera valutazione economica.