Modelli alternativi di scuola: si può iniziare dalla fine?

Modelli alternativi di scuola: si può iniziare dalla fine?

La Dott.ssa Maria Antonietta La Torre in questo contributo tratta l’argomento: “Modelli alternativi di scuola: si può iniziare dalla fine?” dove analizza la grande difficoltà di inserire in classe una didattica innovativa se non si riforma il modo di fare scuola e la relativa valutazione a partire dalla primaria.

Il tema affrontato sul cambiamento della scuola prende in esame anche la valutazione degli esiti finali, così dibattuta negli ultimi anni, ma non si può cambiare solo la parte finale di un processo, imponendo dall’alto un criterio che non è coerente col percorso effettivamente messo in atto.

Se si vuole cambiare la parte finale del processo, sin dal primo giorno in cui uno studente entra in un’aula scolastica deve trovare un luogo nel quale siano predisposte le condizioni affinché possa imparare con piacere e curiosità.

Incolpare i docenti di trasformare la scuola in un votificio, di spingere gli studenti a studiare non per apprendere, ma per conseguire una votazione, significa ancora una volta scaricare su di essi responsabilità che bisognerebbe risolvere a monte, non solo con un’adeguata formazione, ma con un’impostazione totalmente diversa, ossia senza chiedere a ogni piè sospinto che si compilino pagelle e pagellini, schede valutative e giudizi articolati, relazioni e progettazioni.

Insomma, non vi sono ricette facili.

Quel che è certo è che non si può riformare la scuola partendo dal punto di arrivo, ossia la valutazione finale.

La valutazione e la promozione sono soltanto l’atto conclusivo di un percorso che, se si vuole cambiare, va ripensato dall’inizio, proponendo agli studenti ambienti accoglienti, una visione dell’istituzione scolastica che non sia punitiva né competitiva, ma luogo di stimoli continui.

La scuola deve essere impostata come ambiente di apprendimento, come spazio nel quale è piacevole intrattenersi, non certo abolendo semplicemente le ripetenze in maniera che gli insuccessi non risultino nelle statistiche.

Presentazione della Dott.ssa Paola Perlini.
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Contributo della Dott.ssa Maria Antonietta La Torre.

Modelli alternativi di scuola: si può iniziare dalla fine?

Periodicamente i media rilanciano modelli di scuola di altri Paesi europei, dalla Finlandia alla Gran Bretagna, proponendoli come la panacea dei mali della scuola italiana.

Si parla di scuola senza bocciature, senza esami, senza voti; si cita il modello inglese, nel quale gli studenti affrontano un esame finale approfondito solo su poche materie, scelte in funzione del percorso universitario che intendono intraprendere; si cita ancora più spesso il tanto osannato modello finlandese, nel quale il “fallimento” non è previsto e nel quale tuttavia le ultime rilevazioni nazionali Ocse-Pisa mostrano una situazione in declino e una forte crisi di motivazione nel personale docente.

Per altro, in Finlandia la selezione per i docenti è molto dura, a differenza che nel nostro paese, dove, tra punti collezionati e titoli talvolta comprati, si entra spesso dalla finestra senza una vera selezione e formazione di qualità, piuttosto che dalla porta principale.

(Sul modello finlandese si veda il dossieri Luci ed ombre della scuola finlandese di Pinella Giuffrida, pubblicato sul sito ANP https://www.anp.it/wp-content/uploads/2019/12/LUCI-ED-OMBRE-DELLA-SCUOLA-FINLANDESE_Pinella-Giuffrida-rivisto.pdf)

Ora, innanzitutto il modello educativo-formativo di un Paese riflette e deve riflettere la sua storia, la sua cultura, la sua realtà socio-economica e non può in alcun modo essere “importato”, ma va adattato alle situazioni specifiche; inoltre, a parere di chi scrive, la formazione delle nuove generazioni deve fornire un vasto panorama di conoscenze e di saperi, anche non immediatamente spendibili nel mondo del lavoro, poiché ciò contribuisce a sviluppare una forma mentis e una capacità di orientarsi e un metodo di studio utili al longlife learning, piuttosto che mirare alla specializzazione sin dall’adolescenza, che non tiene conto del fatto che molti studenti fra alcuni anni svolgeranno lavori che ancora non esistono e quindi devono essere educati piuttosto ad acquisire un metodo di apprendimento e aggiornamento continuo, che ad essere meri esecutori in relazione alle esigenze contingenti del mondo del lavoro.

Il punto di forza della formazione fornita dalla scuola italiana, grazie al quale i nostri studenti all’estero trovano spazi e successo, è proprio il respiro ampio, che ad alcuni sembra oggi superfluo e inutile e poco collegato col mondo del lavoro, ma in realtà va a vantaggio degli studenti piuttosto che delle aziende.

In ogni caso, e questo è il tema che ci preme affrontare, prendere le mosse per un cambiamento della scuola dalla valutazione e dagli esiti finali è del tutto fuorviante: non si può cambiare solo la parte finale di un processo, imponendo dall’alto un criterio che non è coerente col percorso effettivamente messo in atto.

Vi è chi propone, ad esempio, di non prevedere ripetenze anche nella scuola secondaria di secondo grado, come ormai nei gradi precedenti, ma finché gli studenti vivranno la scuola come un luogo nel quale sono “costretti” a recarsi, noioso e poco stimolante, l’assenza del sistema valutativo ed eventualmente sanzionatorio rischia di trasformarsi in un “liberi tutti” (e, per altro, anche di far peggiorare il clima di rifiuto della figura del docente a causa del quale si registrano talvolta intemperanze che giungono fino alle pagine della cronaca).

Se si vuole cambiare la parte finale del processo, sin dal primo giorno in cui uno studente entra in un’aula scolastica deve trovare un luogo nel quale siano predisposte le condizioni affinché possa imparare con piacere e curiosità.

Incolpare i docenti di trasformare la scuola in un votificio, di spingere gli studenti a studiare non per apprendere, ma per conseguire una votazione, significa ancora una volta scaricare su di essi responsabilità che bisognerebbe risolvere a monte, non solo con un’adeguata formazione, ma con un’impostazione totalmente diversa, ossia senza chiedere a ogni piè sospinto che si compilino pagelle e pagellini, schede valutative e giudizi articolati, relazioni e progettazioni. 

Molti di coloro che parlano di scuola, e purtroppo anche legislatori e funzionari ministeriali, che hanno la responsabilità delle continue riforme e circolari e pseudo-innovazioni calate dall’alto, capaci con poche pagine di stravolgere la programmazione delle attività quotidiane di novecentomila docenti, senza curarsi della fattibilità reale di quanto imposto, hanno ancora in mente la scuola che hanno frequentato, venti, trenta, magari quaranta anni prima, e della quale in verità vi sono poche tracce ormai nella  realtà, anche se il personale docente è mediamente di età piuttosto avanzata.

Sono davvero pochissimi i docenti che non hanno negli anni rinnovato il proprio metodo didattico, che non hanno seguito corsi e non si sono aggiornati.

Purtroppo, grazie alle ingerenze del legislatore, e anche a quelle dei genitori, questo cambiamento si è concretizzato quasi sempre in un abbassamento dei livelli minimi di conoscenze considerate soddisfacenti, per venire incontro a richieste sempre più pressanti da parte di dirigenti e ispettori in merito ai “risultati” da ottenere, declinati, però, unicamente in termini numerici, al fine di produrre statistiche soddisfacenti e competitive a livello europeo: una scuola che promuove è una scuola “buona”, cosicché il lavoro educativo è ridotto a un computo dei promossi e dei bocciati che nulla dice sul percorso reale di chi nella scuola vive, in una posizione o nell’altra.

Qualche anno fa il “Gruppo di Firenze per la scuola del merito e della responsabilità”, un’associazione di docenti, avanzò una proposta che fu rilanciata sui media e suscitò un interessante dibattito: che il percorso annuale fosse organizzato per corsi disciplinari, di modo che l’insufficienza in alcune discipline non comportasse la ripetenza dell’intero anno, anche quindi nelle discipline nelle quali si era conseguita una valutazione sufficiente, ma piuttosto l’obbligo di frequentare nell’anno successivo il corso disciplinare non completato.

Si tratta di una proposta apparentemente semplice e logica, che però si scontra con diverse difficoltà di attuazione, poiché determina problemi di organizzazione oraria, al fine di consentire agli studenti che devono seguire il corso dell’anno precedente di lasciare la classe per alcune ore senza però perdere le lezioni che in quelle ore il proprio gruppo classe sta svolgendo, e nel contempo deve conciliare la frequenza del corso da recuperare con l’annualità più avanzata della medesima materia, e tutto ciò richiede risorse aggiuntive di personale, di aule, ecc. 

E ancora, vi è chi propone, in alternativa alla bocciatura, il rilascio di un diploma che certifichi soltanto le competenze effettivamente acquisite: una soluzione che, però, impone uno stigma non più sanabile sullo studente.

Insomma, non vi sono ricette facili.

Quel che è certo è che non si può riformare la scuola partendo dal punto di arrivo, ossia la valutazione finale.

La valutazione e la promozione sono soltanto l’atto conclusivo di un percorso che, se si vuole cambiare, va ripensato dall’inizio, proponendo agli studenti ambienti accoglienti, una visione dell’istituzione scolastica che non sia punitiva né competitiva, ma luogo di stimoli continui.

Nella scuola secondaria di secondo grado, ad esempio, gli studenti giungono avendo assimilato un modello di “lezione” già consolidato, che è difficile sradicare.

Un esempio per tutti: un metodo che potremmo definire “di tendenza” negli ultimi anni, ossia la cosiddetta flipped classroom, la “classe capovolta”, (dal sito dell’INDIRE: “L’idea-base della «flipped classroom» è che la lezione diventa compito a casa mentre il tempo in classe è usato per attività collaborative, esperienze, dibattiti e laboratori.

In questo contesto, il docente non assume il ruolo di attore protagonista, diventa piuttosto una sorta di facilitatore, il regista dell’azione didattica.

Nel tempo a casa è fatto largo uso di video e altre risorse digitali come contenuti da studiare, mentre in classe gli studenti sperimentano, collaborano, svolgono attività laboratoriali) si scontra con la convinzione fortemente radicata negli studenti, in maniera più o meno consapevole, che “lezione”, e quindi saperi da apprendere, sia soltanto ciò che il docente “spiega”, con la classica e oggi tanto vituperata “lezione frontale”.

La scrivente, sperimentando questa attività, ha sentito gli studenti affermare, a proposito dell’argomento trattato con questo metodo, che “la prof. non lo ha spiegato”.

Ciò significa che sin dai primi anni si radica dentro di loro la convinzione che ciò che “conta” sia ciò che viene esposto dal docente e che tutto il resto, ossia tutte le innovazioni metodologiche che abbiamo con fatica e impegno inserito nell’attività didattica quotidiana, dal lavoro di gruppo ai debate, dai video ai podcast, sia una sorta di “contorno” poco significativo, se non superfluo, rispetto a quel che conta davvero: la lezione nella quale il docente spiega! Solo ciò conta ai fini del conseguimento di una valutazione adeguata.

Questo è il modello che assimilano sin dai primi anni, e ciò può essere evitato soltanto se sin dall’inizio la scuola viene impostata come ambiente di apprendimento, come spazio nel quale è piacevole intrattenersi, non certo abolendo semplicemente le ripetenze in maniera che gli insuccessi non risultino nelle statistiche.