La Dott.ssa Tiziana Conte oggi approfondisce un tema molto interessante: “La pedagogia non è sinonimo di scuola”.
L’8 maggio 2024, infatti, è entrata in vigore la legge n.55 “disposizioni in materia di ordinamento delle professioni pedagogiche ed educative e istituzioni dei relativi albi professionali.
Questa legge apre una riflessione anche sul mondo della scuola, in quanto spesso si è teso a considerare il ruolo del pedagogista come un clone della professione docente.
La funzione e il ruolo del pedagogista nulla ha a che vedere con quell’idea di scuola che si occupa di istruire e formare le persone, ma il suo raggio di intervento è orientato verso aspetti prettamente educativi rivolti alla Persona intesa nella sua totalità di relazioni sociali, umane, affettive nell’intero arco di vita e in tutte le sue forme sociali.
La scuola, necessita, oggi, più di un tempo, di un supporto educativo e formativo che possa fornire letture più ampie e differenti di quello che sono gli alunni e le famiglie, i bisogni e le difficoltà, necessita di guardare a nuove metodologie prettamente pedagogiche ed educative che trasformino l’insegnamento disciplinare e contenutistico non in una semplice trasmissione, ma un acquisizione di capacità e competenze metacognitive.
Sarebbe auspicabile, oggi, in una scuola al bivio in cui aleggia la violenza e la incomunicabilità far entrare dalla porta principale la pedagogia affinchè possa progettare interventi pedagogici di prevenzione piuttosto che continuare a mettere in campo azioni punitive di atti compiuti e che si sarebbero potuti impedire.
Presentazione della Dott.ssa Paola Perlini.
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Contributo della Dott.ssa Tiziana Conte.
La pedagogia non è sinonimo di scuola
L’otto maggio 2024 entra in vigore la legge n.55 “disposizioni in materia di ordinamento delle professioni pedagogiche ed educative e istituzioni dei relativi albi professionali” una legge con una lunga gestazione durata ben 34 anni e che ha visto la luce grazie all’impegno instancabile di associazioni professionali come L’ANPE (associazione nazionale pedagogisti) che hanno combattuto per il riconoscimento della professione.
Questa legge apre una riflessione anche sul mondo della scuola, in quanto spesso si è teso a considerare il ruolo del pedagogista come un clone della professione docente.
Nell’art. 1 della suddetta legge troviamo descritto il profilo del pedagogista come segue:
“il pedagogista è lo specialista dei processi educativi operando con autonomia scientifica e responsabilita’ deontologica, esercita funzioni di coordinamento, consulenza e supervisione pedagogica per la progettazione, la gestione, la verifica e la valutazione di interventi in campo pedagogico, educativo e formativo rivolti alla persona, alla coppia, alla famiglia, al gruppo, agli organismi sociali e alla comunita’ in generale. L’attivita’ professionale del pedagogista comprende l’uso di strumenti conoscitivi, metodologici e di intervento per la prevenzione, l’osservazione pedagogica, la valutazione e l’intervento pedagogico sui bisogni educativi manifestati dal bambino e dall’adulto nei processi di apprendimento”.
Come si evince da questa descrizione la funzione e il ruolo del pedagogista nulla ha a che vedere con quell’idea di scuola che si occupa di istruire e formare le persone, ma il suo raggio di intervento è orientato verso aspetti prettamente educativi rivolti alla Persona intesa nella sua totalità di relazioni sociali, umane, affettive nell’intero arco di vita e in tutte le sue forme sociali.
Questo non significa che la pedagogia non entra nella scuola, ma al contrario il suo ruolo e la sua azione educativa funge da prevenzione e supporto in tutte le situazioni a rischio di disagio sociale, affettivo relazionale, oltre che essere di aiuto in tutte le situazioni di disabilità, BES e DSA.
La scuola, che per sua natura, ha un compito legato all’istruzione e alla trasmissione culturale – disciplinare, necessita, oggi, più di un tempo, di un supporto educativo e formativo che possa fornire letture più ampie e differenti di quello che sono gli alunni e le famiglie, i bisogni e le difficoltà, necessita di guardare a nuove metodologie prettamente pedagogiche ed educative che trasformino l’insegnamento disciplinare e contenutistico non in una semplice trasmissione, ma un acquisizione di capacità e competenze metacognitive, che attraverso la realizzazione di percorsi educativi pensati, calibrati, monitorati e valutati, possano rendere quei contenuti disciplinari, contenuti di senso in grado di dare risposte reali e coerenti non solo ai bisogni di conoscenza degli alunni, ma anche soprattutto ai bisogni di “essenza” degli stessi, supportando le famiglie e le realtà territoriali più difficili e complesse.
Nelle nostre aule predomina, ancora oggi, la didattica cioè quella scienza fondata sui metodi di insegnamento, e ancora uno stile educativo di tipo trasmissivo.
Per quanto la normativa scolastica in vigore si sforzi in ogni modo di sollecitare un cambio di prospettiva verso un processo istruttivo che si orienti sempre di più sulla persona e meno sulla disciplina, si rende urgente e necessario “ educare” la classe docente verso l’acquisizione di una mentalità professionale, che sia in grado di riconoscere che l’azione della scuola non si esaurisce dietro una cattedra o con un libro di testo, ma che agisca in modo scientifico pedagogico attraverso quell’I-CARE tanto caro a Don Milani, il quale nella sua lungimiranza aveva individuato il vuoto pedagogico nella scuola.
Pertanto affermare che pedagogia e scuola sono sinonimi significa non aver ben chiaro il ruolo della pedagogia e della professione pedagogista, che spesso opera fuori dalle mura degli edifici scolastici, tentando di porre rimedio ad azioni distratte e inadeguate compiute a scuola, che hanno portato inesorabilmente alla sfiducia e spesso abbandono della scuola perché da essa non ci si è sentiti accolti, capiti, rispettati.
La pedagogia aleggia in ogni formazione umana, in ogni ambito del sapere, perché il sapere educa il pensiero e forma la persona se utilizzato con ratio, con metodo, e motivazione.
La vita dell’uomo e della donna si fonda sulle relazioni e le relazioni educano reciprocamente le persone.
Escludere la pedagogia della scuola significa aver fatto il lavoro a metà.
Sarebbe auspicabile, oggi, in una scuola al bivio in cui aleggia la violenza e la incomunicabilità far entrare alla porta principale la pedagogia affinchè possa progettare interventi pedagogici di prevenzione piuttosto che continuare a mettere in campo azioni punitive di atti compiuti e che si sarebbero potuti impedire.

