La finestra sul cortile: l’inimitabile cult di Hitchcock

La finestra sul cortile: l’inimitabile cult di Hitchcock

La finestra sul cortile: l’iconico capolavoro di Hitchcock celebra 70 anni di suspense e amore per il cinema

Ossessione, sospetto, angoscia. Ma anche illusione, passione, bramosia e piacere. Tutto questo e molto altro emerge nella celebre opera hitchcockiana La finestra sul cortile (titolo originale Rear Window), considerata tutt’oggi la massima espressione dell’arte cinematografica. Uscito nelle sale nel 1954 (quest’anno si celebra il suo 70º anniversario), il film non è semplicemente un thriller geniale che angoscia e affascina il pubblico con una caccia all’assassino atipica e quasi priva di azione, ma è anche (e soprattutto) riconosciuto come uno dei grandi film sul cinema, il più teorico e metafilmico di Hitchcock.

Pur avendo consolidato nel tempo un notevole successo tra il pubblico e gli studiosi di cinema, al suo debutto la pellicola di Hitchcock faticò ad ottenere il riconoscimento che meritava dalla critica cinematografica degli anni ’60, ad eccezione dei giornalisti della popolare e iconica rivista francese Cahiers du cinéma. Ne Il celebre saggio “Il cinema secondo Hitchcock”, François Truffaut racconta un emblematico aneddoto che spiega l’interesse suscitato per il regista all’epoca:

«Nel 1962, mentre ero a New York […] mi accorsi che tutti i giornalisti mi ponevano la stessa domanda: “Perché i critici dei Cahiers du Cinéma prendono sul serio Hitchcock? […]”. Uno di questi critici americani, al quale avevo parlato entusiasticamente per un’ora de La finestra sul cortile, mi rispose con questa enormità: “Le piace La finestra sul cortile perché, non essendo di casa a New York, non conosce bene il Greenwich Village”. Gli risposi: “La finestra sul cortile” non è un film sul Village; è semplicemente un film sul cinema e io conosco il cinema”.»

La finestra sul cortile trama

Ispirato all’omonimo racconto di Cornell Woolrich, la pellicola narra la storia di Jeff (James Stewart), un fotoreporter giramondo che, dopo essersi rotto la gamba durante un pericoloso incarico, si ritrova irrequieto su una sedia a rotelle, confinato per settimane nel suo piccolo appartamento nel Greenwich Village di New York, in piena estate. Sopraffatto dalla noia, Jeff trova come unico passatempo lo spiare i vicini di casa, con lo stesso interesse con cui oggi faremmo binge-watching su Netflix. La curiosità di Jeff si trasforma presto in ossessione quando, una notte, si convince che dall’altra parte della strada un certo Lars Thorwald (Raymond Burr) ha assassinato la sua fastidiosa moglie malata.

Un “mosaico di generi”

“Dall’altra parte del cortile, Jeff è testimone di ogni possibile comportamento umano, spiegava Hitchcock nella celebre intervista con Truffaut. “Un piccolo catalogo di comportamenti. Quello che si vede sul muro del cortile è una serie di piccole storie, uno specchio di un piccolo mondo“. Il microcosmo che il regista crea in uno dei tanti appartamenti del Greenwich Village non è così banale come potrebbe sembrare. Ogni finestra, ogni appartamento non solo racconta una storia in sé, ma contribuisce anche a sostenere l’opera metafilmica di Hitchcock attraverso una caratteristica altrettanto interessante quanto originale: ogni finestra sembra rappresentare un preciso genere cinematografico, ricreando un vero e proprio “mosaico di generi”.

E dunque, per esempio, la triste e toccante storia di Miss Lonelyhearts (Miss Cuore Solitario), una donna sola e depressa che desidera ardentemente un uomo gentile da amare, diventa un pretesto per rappresentare il genere drammatico. Invece, il compositore, spesso mostrato al piano sia da solo sia circondato da feste, allude al genere musical. La sensuale danzatrice Miss Torso, tra balli e serate in compagnia, rappresenta la commedia dai toni romantici, mentre la coppia di sposini in piena passione richiama il genere erotico. Fino ad arrivare all’appartamento che cattura la totale attenzione di Jeff, quello dei coniugi Thorwald, che assegna al film di Hitchcock i tratti del genere thriller/horror.

Tutte queste storie, inoltre, hanno un preciso filo conduttore: l’amore.

“Il problema di James Stewart”, spiega il regista, “è che non ha voglia di sposare Grace Kelly e, sul muro di fronte, vede solo delle azioni che illustrano il problema dell’amore e del matrimonio. C’è la donna sola senza marito né amante, i giovani sposi che fanno l’amore tutto il giorno, il musicista scapolo che si ubriaca, la piccola ballerina che gli uomini desiderano, la coppia senza bambini che ha riversato tutto il suo affetto su un cagnolino e, soprattutto, la coppia sposata i cui litigi diventano sempre più violenti fino alla scomparsa della donna”.

In questo modo, Hitchcock non solo proietta sullo schermo un riflesso che esplora la complessità delle dinamiche umane, ma attraverso una rappresentazione implicita di una varietà di generi cinematografici, sottolinea ancora una volta l’attento lavoro artistico che non lascia nulla al caso. Ogni dettaglio, dalla metafora della finestra alla costruzione dei personaggi e delle loro storie, contribuisce a creare un’opera che è al contempo un’indagine sul voyeurismo e un omaggio all’arte del cinema.

Articolo di Annarita Farias.