Articolo di Sara Barone
Siamo quasi alla metà di luglio e l’anno scolastico si è chiuso ormai da un po’. Le giornate si sono allungate e le agende svuotate.
È arrivato il tempo delle vacanze, del riposo, del tanto atteso “stacco”. Quasi fosse una specie di bottone magico: si preme “pausa” e la mente si resetta. Le fatiche dell’anno svaniscono, i pensieri si dissolvono, il corpo si rigenera. Almeno, così dovrebbe essere… giusto?
Eppure, capita spesso di osservare un’altra realtà. Bambini che continuano a mostrarsi irritabili o insonni anche a luglio. Ragazzi che sembrano svuotati, persi in un tempo senza struttura, già in ansia per ciò che verrà. Genitori che non capiscono come mai i propri figli “non si rilassano nemmeno in vacanza”. Insegnanti e educatori che sentono ancora addosso la stanchezza, nonostante la scuola sia finita.
Forse è arrivato il momento di mettere in discussione un’idea diffusa ma poco realistica: quella secondo cui il tempo libero equivale automaticamente a recupero psicologico.
Il tempo si libera, ma la mente non sempre lo segue: “Ma come? Non sei felice, adesso che è estate?”
Spesso chi osserva da fuori si stupisce: “Adesso sei in vacanza, puoi dormire, giocare, fare quello che ti piace. Perché sembri ancora agitato? Perché sei triste?”. Ma non è strano. Le emozioni non rispettano il calendario scolastico. Il cervello e il cuore hanno bisogno di integrare ciò che è stato vissuto, non solo di “staccare”. E per molti ragazzi (e anche per molti adulti!), questa integrazione richiede tempo, presenza, ascolto.
A volte, l’assenza di impegni può persino aumentare il senso di vuoto o di smarrimento. Chi ha vissuto l’anno scolastico come una continua corsa, quando si ferma può sentire una specie di eco dentro, come un ronzio che non si spegne. Ed è lì che serve qualcosa di più profondo del semplice “tempo libero”.
Per rigenerarsi davvero, forse, servirebbe, più che un campo estivo, un tempo significativo, non vuoto. L’estate dovrebbe essere un tempo per lasciar decantare, per rimettere insieme i pezzi, per nutrire quelle parti interiori che durante l’anno restano spesso in ombra. E per genitori, insegnanti, educatori? Anche per noi adulti, vale lo stesso principio.
L’idea che l’estate basti a “resettare tutto” è comoda, ma poco veritiera. Il benessere psicologico non segue il calendario scolastico e il recupero emotivo non si misura in ore di libertà. Ma se imparassimo ad accogliere con più consapevolezza ciò che resta dentro, anche quando tutto fuori rallenta, allora sì… forse il vero reset potrà cominciare. Non con uno scatto, ma con un respiro.
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