La Dott.ssa Tiziana Conte in questo articolo, dal titolo “Il bambino maestro”, ci parla delle grandi capacità dei bambini di essere molto spesso, nelle risposte, più immediati dei loro maestri.
I bambini hanno una dote innata fondamentale che si chiama “curiosità”, che li pone in un atteggiamento “filosofico” nei confronti del mondo che li circonda costituito dalla capacità di meravigliarsi e di porsi in osservazione costante e continua del mondo intorno.
Un mondo sconosciuto che li porta ad assumere un ruolo di maestro e alunno in una logica filosofico – socratica.
Un bambino che chiede, fa congetture e usa il pensiero critico per rispondere alle domande è un “bambino maestro” che mette l’adulto ai suoi limiti.
L’inversione dei ruoli da maestra ad alunna è un’esperienza da fare perché solo in quel modo si può riflettere su sé stessi e sul nostro modo di comunicare che molto spesso lascia quasi tutto per scontato.
Comprendere le difficoltà di un alunno ci permette di ricalibrare i nostri interventi educativi.
Permettere ai bambini di fare i “maestri” porta allo sviluppo del pensiero critico e all’amore per il sapere.
Presentazione della Dott.ssa Paola Perlini.
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Contributo della Dott.ssa Tiziana Conte.
Il bambino “maestro”
“ l’unica cosa di cui abbiamo bisogno per diventare buoni filosofi è la capacità di stupirci (….). nel nostro animo noi intuiamo che la vita è un mistero. E questa è una sensazione che abbiamo provato una volta, molto tempo prima che imparassimo a pensarci” (Gardner, 1994 pag.88).
L’incontro con questa affermazione di Gardner mi ha riportato alla mente un episodio di qualche tempo fa, avvenuto nella mia sezione di scuola dell’infanzia con bambini di 5 anni.
Qualche giorno prima, in un corso di formazione per docenti, avevo chiesto alle corsiste presenti di svolgere un esercizio di cui vi racconto la traccia:
“immaginate di dover spiegare ad un marziano quali sono le azioni da mettere in campo per poter camminare, cosa direste?”.
Nell’aula cala un silenzio assordante e le docenti chiedono di potersi alzare per potersi osservare camminare e poter dare la risposta.
Dopo numerosi tentativi nessuno dei docenti ha saputo rispondere correttamente.
A distanza di qualche giorno ho riproposto la domanda ai miei alunni di 5 anni
Ecco la risposta:
“Allora maestra, la prima volta che cammini devi usare le mani e i piedi come i gatti, poi piano piano ti alzi, un po’ tremi, ma non devi avere paura, dopo piano piano prima guardi a terra quelle cose ( i piedi) e alzi la gamba, la pieghi e metti a terra, l’altra deve stare prima ferma e poi fai la stessa cosa”.
Con semplici parole questo piccolo “Maestro” ha saputo spiegare il baricentro, le emozioni, e la sequenza precisa di un movimento che noi compiamo quotidianamente più volte al giorno in modo automatico e senza rifletterci e dandolo per scontato.
Il gioco per i docenti aveva lo scopo di renderli consapevoli che nell’attività educativa e didattica nulla deve essere dato per scontato perché esiste quello che noi chiamiamo curricolo implicito derivato dalle esperienze personali, dalla vita fuori della scuola dagli stimoli educativi impliciti che ognuno di noi subisce in modo inconsapevole.
I bambini hanno una dote innata fondamentale che si chiama “curiosità”, che li pone in un atteggiamento “filosofico” nei confronti del mondo che li circonda costituito dalla capacità di meravigliarsi e di porsi in osservazione costante e continua del mondo intorno.
Un mondo sconosciuto che li porta ad assumere un ruolo di maestro e alunno in una logica filosofico – socratica.
Un bambino che chiede, si informa, domanda, fa congetture e usa il pensiero critico per rispondere alle domande è un “bambino maestro” che mette l’adulto di fronte a sé e ai suoi limiti.
Personalmente, come docente, amo molto essere messa di fronte ai miei limiti dai miei alunni
Questo mi permette di osservare il mondo con i loro occhi e di essere spesso alunna di quel sapere implicito.
Questo porta la mia azione educativa a rispondere in modo adeguato al loro desiderio innato di conoscere e scoprire.
Spesso, da quel giorno sono loro che mi pongono domande del tipo:
“Maestra ma tu sai come si fa ad usare le posate?”
la prima volta ho risposto in modo errato e loro mi hanno spiegato che, come per camminare, esiste una sequenza precisa per mangiare.
Spiegandomela nel dettaglio e con precisone.
L’inversione dei ruoli da maestra ad alunna è un’esperienza da fare perché solo in quel modo si può riflettere su sé stessi e sul nostro modo di comunicare.
Comprendere le difficoltà di chi per ovvia condizione è un alunno ci permette di ricalibrare i nostri interventi educativi.
Permettere ai bambini di fare i “maestri” porta allo sviluppo del pensiero critico e all’amore per il sapere.

