IA e scuola: minaccia o sfida?

IA e scuola: minaccia o sfida?

La Dott.ssa Maria Antonietta La Torre, in questo contributo, affronta uno dei temi centrali del percorso educativo odierno, ovvero: “IA e scuola: minaccia o sfida?”.

La domanda che molti si pongono ,soprattutto i docenti, è se essa possa risultare un ostacolo per la formazione e la preparazione degli studenti, i quali troverebbero contenuti già pronti, senza necessità di sviluppare, le proprie capacità.

La questione, tuttavia, è piuttosto come gli stessi docenti debbano rapportarsi a questa novità nella loro attività professionale.

Opporre una strenua resistenza, come quella manifestata per molto tempo rispetto all’introduzione delle tecnologie nella didattica, è sicuramente una strategia perdente:

senza dubbio si richiede un nuovo, ulteriore sforzo di aggiornamento e di conoscenza ai docenti, poiché, se non si sa padroneggiare almeno in una forma basilare uno strumento, non se ne possono valutare le implicazioni, le conseguenze e anche le potenzialità.

Sicuramente l’uso della IA nella scuola solleva delle questioni delicate.

In primo luogo, problemi di privacy, in secondo luogo, non vi è un controllo di qualche tipo sulle informazioni che una IA fornisce: essa potrebbe senza dubbio, proporne di false, infondate, in terzo luogo, anche la IA pone, come la maggior parte delle innovazioni tecnologiche, questioni etiche: l’innovazione apparentemente più utile può essere adoperata per scopi malevoli.

Nonostante tali criticità l’intelligenza artificiale andrebbe studiata e approfondita da parte dei docenti, i quali, per altro, possono considerarla anche una risorsa, innanzitutto come strumento professionale, per realizzare lezioni, presentazioni, reperire materiali.

Inoltre, l’IA può essere utilizzata in presenza degli studenti e insieme ad essi, per attingere informazioni, per risolvere problemi, proprio come molti docenti ormai da tempo utilizzano la risorsa Internet, dalla quale attingono supporti multimediali, dati nozionistici, e così via, senza che ciò sminuisca il proprio ruolo; per inciso, ciò contribuirebbe a rendere l’intelligenza artificiale meno “proibita”, in qualche misura a “demitizzarla”, per così dire, eliminando il “gusto del proibito” che affascina gli studenti.

Presentazione della Dott.ssa Paola Perlini.
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Contributo della Dott.ssa Maria Antonietta La Torre.

IA e scuola: minaccia o sfida?

Cresce in molti docenti la preoccupazione per le possibili “interferenze”, per così dire, delle intelligenze artificiali nelle attività di studio e ricerca dei propri studenti.

La domanda che molti si pongono è se essa possa risultare un ostacolo per la formazione e la preparazione degli studenti, i quali troverebbero qualsiasi risposta, soluzione, contenuto già pronti, senza necessità di attivare, e dunque sviluppare, le proprie capacità.

Credo tuttavia che la questione sia mal posta, perché anche la diffusione di Internet, delle sue enciclopedie, dei siti specifici per la condivisione di materiali tra studenti ai quali essi ampiamente attingono ponevano ancora prima dell’IA un analogo problema.

Per certi aspetti tale inquietudine non è una novità assoluta, perché è ben noto che occorre sorvegliare, controllare, vigilare affinché l’accesso alla rete e a tutte le sue potenzialità e strumenti risulti compatibile con la vulnerabilità degli adolescenti e dei bambini e da tempo si discute su come educare i minori a un uso consapevole di Internet.

Nell’attività didattica, al di là del mero allarme per il rischio che gli studenti si affidino alla IA per lo svolgimento dei propri compiti, benché l’“arte” di copiare sia affinata da tempo attraverso i metodi più vari e le fonti più diverse, tant’è che ancor prima di impensierirsi per l’intelligenza artificiale, bisogna prestare attenzione non solo all’uso degli smartphone in classe e durante le verifiche, bensì anche a quello degli smartwatch, la questione è però piuttosto come gli stessi docenti debbano rapportarsi a questa novità nella loro attività professionale.

Perché dinanzi a questa nuova tecnologia i timori sembrano maggiori?

Si contano già numerose ricerche e indagini sull’uso di ChatGPT da parte degli studenti e sembra che essa sia ormai molto diffusa e che un’ampia percentuale di essi la adoperi per svolgere i compiti in propria vece.

L’allarme nasce probabilmente dalla minor facilità per i docenti di rintracciare la fonte di un lavoro non originale e non autonomo proposto dagli studenti; infatti, il semplice copia e incolla da una pagina Internet può essere abbastanza agevolmente verificato dal docente; viceversa, la produzione realizzata da una chatbot (ossia un software che utilizza l’intelligenza artificiale per dialogare con l’utente e fornire risposte appropriate alle sue domande), non lascia tracce.

Opporre una strenua resistenza, come quella manifestata per molto tempo rispetto all’introduzione delle tecnologie nella didattica, è sicuramente una strategia perdente: verrebbe da dire che il “nemico” bisogna affrontarlo e non negarlo o semplicemente demonizzalo; occorre piuttosto che la scuola sviluppi appropriate strategie rispetto a questa nuova modalità di “invasione” della tecnologia, senza considerarla una minaccia tout court.

Come può avvenire tutto ciò?

Senza dubbio si richiede un nuovo, ulteriore sforzo di aggiornamento e di conoscenza ai docenti, poiché, se non si sa padroneggiare almeno in una forma basilare uno strumento, non se ne possono valutare le implicazioni, le conseguenze e, riconosciamolo, anche le potenzialità.

E’ fuor di dubbio che l’uso della IA nella scuola sollevi delle questioni delicate. In primo luogo, problemi di privacy in merito al tracciamento dei dati, che, particolarmente in presenza di minori, sono da tenere in considerazione con estrema attenzione.

Ricordiamo che il Garante per la protezione dei dati personali ha tempestivamente, anche se forse velleitariamente, bloccato Chat GPT, adducendo la motivazione che essa effettua una raccolta di dati personali considerata illecita e non prevede sistemi affidabili o garantiti per la verifica dell’età di chi vi accede.

Dunque nel marzo del 2023 ha adottato un provvedimento di temporanea sospensione dell’uso di ChatGPT, che è al momento il più noto tra il software di intelligenza artificiale cosiddetta “relazionale”, così definita in quanto riesce a simulare, ma anche ad elaborare, conversazioni simili a quelle umane.

Si è dimostrato, infatti, che questa non era stata in grado di garantire la sicurezza, anzi, aveva subito una sottrazione di dati.

Vi sono tuttavia molte alternative simili, liberamente utilizzabili, motivo per cui ho definito questo procedimento velleitario.

In secondo luogo, non vi è un controllo di qualche tipo sulle informazioni che una IA fornisce: essa potrebbe senza dubbio, e di fatto ciò avviene, proporne di false, infondate, indimostrate, poiché attinge alle fonti che trova disponibili in rete, senza avere la capacità (almeno sino ad ora) di distinguere e selezionare quelle attendibili.

È persino superfluo precisare che bambini e adolescenti non possiedono strumenti critici e metodi atti a verificare i materiali raccolti.

In terzo luogo, anche la IA pone, come la maggior parte delle innovazioni tecnologiche, questioni etiche: l’innovazione apparentemente più utile può essere adoperata per scopi malevoli e nel caso specifico, in quanto essa attinge al web, il quale, come per altro è giusto che sia, non è sottoposto a controllo, l’IA potrebbe considerare corretta una teoria moralmente riprovevole, che per qualche motivo ha avuto diffusione sul web, e riproporla come valida non disponendo di un senso morale che possa discernere ed eventualmente condannare i valori che sono dietro di essa.

Così potrebbe, ad esempio, proporre un’immagine femminile stereotipata, oppure un atteggiamento omofobo.

D’altronde, la formazione deve preparare i giovani ai cambiamenti, predisporli a svolgere in futuro lavori che ancora non riusciamo neppure a immaginare, insegnare una metodologia di long life learning tale da renderli capaci in futuro di sviluppare skills atte ad utilizzare tecnologie che ancora non esistono;

nel caso specifico, gli studenti dovrebbero poter acquisire competenze sui meccanismi di funzionamento dell’intelligenza artificiale, piuttosto che esserne fruitori passivi e ciò non potrà avvenire se la si respingerà come un semplice corpo estraneo al mondo della scuola;

in breve, come per la rete, è necessario promuovere un utilizzo consapevole, il quale prevede il saper individuare usi sbagliati, teorie fuorvianti, tentativi di diffusione di ideologie discriminatorie.

Anche la Commissione europea, nell’elaborare il Piano d’azione 2021-2027 per l’istruzione digitale, ha dedicato attenzione all’intelligenza artificiale: nel Digital education action plan, l’azione 6 è proprio dedicata alle Linee guida etiche sull’uso dell’intelligenza artificiale nell’insegnamento e nell’apprendimento e prevede di formare i docenti per spiegare come (e non se) l’intelligenza artificiale sia impiegata nelle scuole, dando dunque per scontato che ciò debba avvenire.

Nel nostro paese il Gruppo di Esperti MISE sull’intelligenza artificiale ha elaborato delle proposte per una Strategia italiana per l’intelligenza artificiale, considerandola uno strumento con un potenziale enorme, il quale però necessita di essere opportunamente indirizzato perché, per l’appunto, presenta dei rischi.

Tra questi, in primis è indicata la disinformazione, ma a seguire vi è subito l’affidabilità.

Insomma, è evidente la necessità di una governance dell’intelligenza artificiale.

Già nel 2020 la Commissione europea aveva prodotto il Libro bianco sull’intelligenza artificiale che ne evidenziava le enormi potenzialità, ad esempio nell’ambito sanitario, ma, ancora una volta, anche i rischi, tra i quali “meccanismi decisionali opachi, discriminazioni basate sul genere o di altro tipo, intrusioni nelle nostre vite private o utilizzi per scopi criminali”.

(Commissione europea, Libro bianco sull’intelligenza artificiale. Un approccio europeo all’eccellenza e alla fiducia, COM(2020)65)

Nonostante tali criticità, anzi, forse proprio a causa di esse, l’intelligenza artificiale andrebbe studiata e approfondita da parte dei docenti, i quali, per altro, possono considerarla anche una risorsa, innanzitutto come strumento professionale, per realizzare lezioni, presentazioni, reperire materiali, pur con tutte le cautele del caso: molti docenti hanno potuto constatare che l’IA commette significativi errori, per evitare o limitare i quali occorre affinare la capacità-chiave di porre i giusti e appropriati quesiti. Le richieste rivolte all’intelligenza artificiale devono essere molto specifiche e dettagliate, affinché essa possa realmente comprendere il compito che le viene assegnato.

Inoltre, l’IA può essere utilizzata in presenza degli studenti e insieme ad essi, per attingere informazioni, per risolvere problemi, proprio come molti docenti ormai da tempo utilizzano la risorsa Internet, dalla quale attingono supporti multimediali, dati nozionistici, e così via, senza che ciò sminuisca il proprio ruolo; per inciso, ciò contribuirebbe a rendere l’intelligenza artificiale meno “proibita”, in qualche misura a “demitizzarla”, per così dire, eliminando il “gusto del proibito” che affascina gli studenti.

E, ancora, questi strumenti possono essere adoperati per suggerire attività agli studenti.

Ad esempio, si può assegnare il compito di “commissionare” all’intelligenza artificiale la stesura di un elaborato e insieme valutare se il risultato sia soddisfacente, se vi siano degli errori, se avrebbe potuto essere svolto in maniera più accurata;

è quasi superfluo precisare che un simile procedimento avrebbe un’enorme valenza didattica, contribuendo per di più a far comprendere in maniera empirica, e quindi cognitivamente significativa, una nozione fondamentale, ossia che il prodotto della tecnologia non è una sorta di testo sacro e come tale infallibile, bensì, esattamente al contrario, è talvolta inattendibile e imperfetto, e che quindi quando gli studenti se ne avvalgono si espongono ad errori, e pertanto occorre sempre vigilare, controllare, verificare le affermazioni, le fonti, le teorie, le soluzioni proposte.

Gli esempi di utilizzo sono comunque molteplici.

Si può proporre l’interazione con una chatbot in lingua straniera, ossia la simulazione di un dialogo con l’intelligenza artificiale, ad esempio in inglese: lo studente, quindi, potrà interagire e dovrà sforzarsi di comprendere la risposta in lingua straniera.

È soprattutto poi per gli studenti con bisogni educativi speciali che l’intelligenza artificiale rappresenta una risorsa aggiuntiva, la quale può rivelarsi molto utile nel fornire supporti personalizzati, rielaborare informazioni e concetti che sono magari risultati troppo complessi.

Da questi brevi cenni ai pro e i contro dell’IA, emerge comunque, a mio avviso, almeno una certezza: la ineludibile necessità di una riflessione etica collettiva che elabori per l’intelligenza artificiale, in maniera partecipata, una visione condivisa, perché anche questa è, come molte altre, una tecnologia con molteplici possibilità di utilizzo;

di per sé essa è neutra e priva di connotazioni, ma le possibili applicazioni e produzioni variano significativamente a seconda della visione sottesa dall’approccio adottato.

I team che progettano le IA devono essere variegati ed eterogenei: non si può consentire un monopolio di pochi gruppi ristretti che acquisirebbero un potere enorme, e soprattutto è necessaria la trasparenza in merito ai dati che vengono utilizzati nel corso del processo di “allenamento” dell’intelligenza artificiale, di modo che essa non riproponga stereotipi diffusi, ponendosi come un ostacolo nell’evoluzione in direzione del superamento delle discriminazioni.

I team che progettano le IA devono essere variegati ed eterogenei: non si può consentire un monopolio di pochi gruppi ristretti che acquisirebbero un potere enorme, e soprattutto è necessaria la trasparenza in merito ai dati che vengono utilizzati nel corso del processo di “allenamento” dell’intelligenza artificiale, di modo che essa non riproponga stereotipi diffusi, ponendosi come un ostacolo nell’evoluzione in direzione del superamento delle discriminazioni.

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