I miei giorni alla libreria Morisaki – recensione del libro di Satoshi Yagisawa

I miei giorni alla libreria Morisaki - recensione del libro di Satoshi Yagisawa

Romanzo d’esordio di Satoshi Yagisawa, I miei giorni alla libreria Morisaki ha vinto il premio letterario Chiyoda, diventando un caso editoriale da cui è stato tratto anche un film.

La giovane Takako vede la sua vita sgretolarsi davanti ai suoi occhi nel giro di una sera: il suo fidanzato le annuncia che presto si sposerà…con un’altra donna! E, dato che i due sono colleghi sul lavoro, a Takako non resterà che lasciare anche il suo impiego, per non dover rivedere il suo ex. Priva di uno scopo e sempre più sola, Takako si ritrova ad andare a vivere con lo strampalato zio Satoru, proprietario della libreria Morisaki, nel quartiere Jimbocho, noto per essere il quartiere con il più alto numero di librerie al mondo.

Da quando la moglie lo ha abbandonato, Satoru vive da solo e gestisce la libreria, eredità di famiglia, ma avrebbe bisogno di un aiuto e la sperduta Takako sembra fare al caso suo. Per nulla attratta dal mondo dei libri e ancor meno tollerante nei confronti dello zio e delle sue stranezze, Takako inizialmente si trasferisce da lui malvolentieri. Eppure, la sua permanenza alla libreria Morisaki si rivelerà per lei un inaspettato nuovo inizio.

Come il protagonista de I Gatti di Shinjuku, anche Takako si ritrova in un punto della sua vita in cui le certezze che credeva di avere sono venute meno.

La sua vita è in una fase di stallo e tutto ciò che desidera fare è dormire per lunghissime ore, attirandosi l’ironia dello zio sulle sue abitudini. Takako è smarrita e irritata: ha perso le sue prospettive lavorative e sentimentali e ora deve anche vivere in una vecchia e ammuffita libreria.

Tuttavia, come spesso accade ai protagonisti di queste storie, il cambiamento che cercano arriva improvviso e nel caso di Takako ha la forma di un libro: nella camera che lo zio le ha dato, infatti, ci sono altissime pile di libri e in una notte in cui il sonno non arriva, Takako decide di iniziare a leggerne uno e ne resta rapita. Da lì, le si apre un mondo e improvvisamente la vecchia libreria, piena di spifferi, volumetti a prezzo stracciato e clienti stravaganti, diventa una fonte di tesori preziosi e un luogo che assume sempre di più i contorni di una vera casa. Complice anche lo zio Satoru e le sue stranezze, Takako ritrova la voglia di vivere e di godersi la vita, partendo dalle piccole cose.

Come molti altri romanzi della narrativa giapponese moderna, anche il romanzo di Yagisawa mette in scena la semplicità del vivere quotidiano, con tutte le sue contraddizioni: la narrazione non presenta colpi di scena o improvvisi avvenimenti che sconvolgono il lettore, ma la storia procede in maniera lineare.

Prediligendo anche una narrazione improntata ai dialoghi, più che alle descrizioni, il romanzo scorre veloce, dando l’impressione di non aver davvero afferrato la storia di Takako. Nonostante, infatti, temi come le seconde occasioni e l’imprevedibilità della vita siano ben espressi nella storia, la brevità e la narrazione incalzante danno l’idea che arrivati alla fine del romanzo non si sia davvero afferrato il significato più profondo del libro. Come se, nel tratteggiare questo breve momento della vita di Takako – la sua permanenza alla libreria Morisaki dura non più di qualche mese – l’autore sia volutamente rimasto in superficie, lasciando il lettore con un sapore di incompiuto in bocca alla fine della storia. Leggero, fluido, ma inconsistente, I miei giorni alla libreria Morisaki scivola via, senza lasciare, purtroppo, alcun segno nell’animo di chi legge il romanzo.

Articolo di Maria Castaldo