La Dott.ssa Anna Maria Campo oggi ci regala un contributo profondo e molto interessante!! La nostra autrice si interroga sui valori del nostro tempo e soprattutto su: “Cultura e intercultura nella scuola italiana contemporanea”.
I fatti di cronaca recenti hanno dato lo spunto per parlare ad esempio delle scelte operate dall’Istituto Comprensivo di Pioltello, comune ubicato in provincia di Milano, che esercitando l’autonomia organizzativa (articolo 5 DPR 275/99), con delibera degli organi collegiali, ha deciso di chiudere la scuola il giorno dell’Eid al-Fitr che segna la fine del Ramadan; in altri contesti, per esempio l’Istituto “Borsellino – Ajello” di Mazara del Vallo, comune ubicato in provincia di Trapani, frequentato da numerosi studenti musulmani, ha celebrato la fine del Ramadan, alla presenza dei genitori degli alunni, festeggiando con balli, canti e degustazione di dolci tipici arabi.
Questi fatti hanno permesso di approfondire anche l’aspetto del digiuno nella cultura e nella religione dei popoli, infatti al Ramadan, come digiuno religioso corrispondono lo Yom Kippur, ricorrenza religiosa ebraica che celebra il giorno dell’espiazione, i vari digiuni per la pace osservati dagli Induisti, nonché la Quaresima cristiana della quale hanno fermamente raccomandato l’osservanza i padri della Chiesa, Sant’Ambrogio e San Clemente che la consideravano un mezzo per liberare il corpo e purificare l’anima.
A proposito, dell’astinenza alimentare da parte dei Cristiani, è interessante il capitolo 15 del Vangelo di Matteo che, al versetto 11, attribuisce a Gesù le seguenti parole: “Non quello che entra nella bocca rende impuro l’uomo, ma quello che esce dalla bocca rende impuro l’uomo”.
Tornando alla scuola sarebbe opportuno chiedersi se, all’interno di una società globale e multiculturale, sia migliore la scuola di ciò che specifica o quella di ciò che unisce.
La prima risponde al bisogno di differenziazione e di identità; continua le atmosfere e i valori che l’alunno già vive in famiglia, nella parentela, nel vicinato, nei gruppi amicali, nella tradizione da cui proviene.
La seconda socializza differenti tradizioni conoscitive, cerca di superare reciproche asperità, intende assicurare un orizzonte comune di valori e sensibilità.
Di fronte al fallimento dell’amalgama o melting pot si è avanzato il concetto di “convivenza costruttiva” tra le culture, cioè del mantenimento dell’identità delle diverse culture all’interno di un rapporto di interazione e di reciproco arricchimento.
Questa condizione viene simbolizzata mediante l’immagine dell’insalatiera, nella quale gli ingredienti rimangono distinti, ma si insaporiscono reciprocamente.
La società multiculturale dovrebbe riconoscere se stessa come tale, ma affrontare i problemi in prospettiva interculturale, vale a dire apprezzando e valorizzando le differenze, smussando le asperità, negoziando valori.
Presentazione della Dott.ssa Paola Perlini.
__________
Contributo della Dott.ssa Anna Maria Campo.
Cultura e intercultura nella scuola italiana contemporanea
Recenti fatti di cronaca hanno focalizzato l’attenzione sulla presenza di alunni stranieri nella scuola italiana; come è noto l’ Istituto Comprensivo di Pioltello, comune ubicato in provincia di Milano, esercitando l’autonomia organizzativa ( articolo 5 DPR 275/99), con delibera degli organi collegiali, ha deciso di chiudere la scuola il giorno dell’Eid al-Fitr che segna la fine del Ramadan; in altri contesti, per esempio l’Istituto “Borsellino – Ajello” di Mazara del Vallo, comune ubicato in provincia di Trapani, frequentato da numerosi studenti musulmani, ha celebrato la fine del Ramadan, alla presenza dei genitori degli alunni, festeggiando con balli, canti e degustazione di dolci tipici arabi.
Forse vale la pena di interrogarsi sul significato del Ramadan; a questo proposito Marino Niola ha pubblicato, su Repubblica del 10 marzo 2024, un interessante articolo che può aiutare a percepire meno estraneo chi appartiene a una religione diversa dalla propria.
Niola riferisce che: “due miliardi di persone, quasi il 23% della popolazione mondiale, due milioni solo in Italia, si asterranno da cibo e bevande durante le ore diurne per trenta giorni consecutivi, fino al momento dell’Iftar, il pasto collettivo che si svolge dopo il tramonto, quando i seguaci del Profeta Maometto si mettono a tavola e mangiano…”.
Il Ramadan è uno dei cinque pilastri dell’Islam, assieme a Shahada (professione fede), Shalat ( preghiera quotidiana), Zakat (elemosina), Hadsh (pellegrinaggio alla Mecca).
Nel Corano, esattamente nella Surat al-Baqara, versetto 185, si legge «È nel mese di Ramadân che abbiamo fatto scendere il Corano, guida per gli uomini e prova di retta direzione e distinzione. Chi di voi ne testimoni [l’inizio] digiuni».
È, sicuramente una forte penitenza collettiva per coloro che sono sani e capaci di intendere e volere (ne sono esclusi i bambini e le gestanti) che non appartiene , solamente, alla religione musulmana.
Al Ramadan, come digiuno religioso corrispondono, infatti, lo Yom Kippur, ricorrenza religiosa ebraica che celebra il giorno dell’espiazione, comincia al crepuscolo del decimo giorno del mese ebraico di Tishri (che cade tra settembre e ottobre del calendario gregoriano), e continua fino alle prime stelle della notte successiva), i vari digiuni per la pace osservati dagli Induisti, nonché la Quaresima cristiana della quale hanno fermamente raccomandato l’osservanza i padri della Chiesa, Sant’Ambrogio e San Clemente che la consideravano un mezzo per liberare il corpo e purificare l’anima.
A ben riflettere questi digiuni sacri possono essere collegati al digiuno intermittente, consigliato, oggi, da molti esperti salutisti per perdere peso, ringiovanire, star bene ( si pensi alla regola del 16 : 8 vale a dire 16 ore di digiuno e 8 di cibo regolare, finalizzata a far sì che le cellule di attivino l’autofagia, un processo con cui si liberano di organelli e proteine malfunzionanti che è meglio smaltire), insomma un’occasione per fare decluttering (liberarsi del superfluo), ovvero di tutto quello che non serve per la vita.
È appena il caso di dire che si tratta di una teoria scientifica e, come tale, diversamente da una concezione religiosa, sempre confermabile o falsificabile.
Niola nel collegare l’ascetismo religioso tradizionale all’estremismo dietetico contemporaneo, osserva che “il primo è finalizzato a Dio, il secondo all’io, all’interno di un mondo edonista e narcisistico nel quale i precetti religiosi si sono trasformati in regole nutrizionali”.
Niola, ancora, osserva, che mentre per induisti e musulmani la privazione favorisce la contemplazione e schiude le porte alla compassione e alla carità per i salutisti contemporanei la privazione si emancipa dalla religione e fa dell’astinenza una forma di ascetismo secolarizzata.
Chi scrive non intende esplicitare giudizi di valore, ma, a proposito, dell’astinenza alimentare da parte dei Cristiani, è interessante il capitolo 15 del Vangelo di Matteo che, al versetto 11, attribuisce a Gesù le seguenti parole: “Non quello che entra nella bocca rende impuro l’uomo, ma quello che esce dalla bocca rende impuro l’uomo”.
Una serena riflessione potrebbe esorcizzare l’intolleranza che Luciano Corradini opportunamente definì come desiderio di isolarsi per godere delle personali certezze a cui gli altri dovrebbero adeguarsi, pena l’isolamento.
Tornando alla scuola sarebbe opportuno chiedersi se, all’interno di una società globale e multiculturale, sia migliore la scuola di ciò che specifica o quella di ciò che unisce.
La prima risponde al bisogno di differenziazione e di identità; continua le atmosfere e i valori che l’alunno già vive in famiglia, nella parentela, nel vicinato, nei gruppi amicali, nella tradizione da cui proviene.
La seconda socializza differenti tradizioni conoscitive, cerca di superare reciproche asperità, intende assicurare un orizzonte comune di valori e sensibilità.
La ricerca sociologica ha teorizzato tre diverse condizioni di rapporto tra società ospitante e immigrati: separazione, assimilazione, convivenza costruttiva; il modello della separazione può trovare un’apparente convalida nei principi di tolleranza e rispetto, ma, di fatto, nel caso di minoranze sottooccupate, povere di mezzi e culturalmente represse, si risolve nell’emarginazione dell’immigrato da parte della società ospitante.
Secondo il modello dell’assimilazione l’immigrato viene, invece, accolto nel Paese di immigrazione assumendone la cultura fino ad identificarsi con la società ospitante; questo processo comporta, però, l’innaturale sradicamento dell’immigrato dalle proprie origini e la perdita per la società di accoglienza di un apporto originale e genuino.
L’amalgama, a cui corrisponde l’immagine del crogiuolo, si è realizzata, storicamente in modi diversi a seconda del tempo di convivenza e del numero delle persone che hanno convissuto; si tratta di modello, però, in crisi ed, infatti, in particolare alcuni grandi centri urbani sono afflitti da un permanente stato conflittuale tra le minoranze.
Di fronte al fallimento dell’amalgama o melting pot si è avanzato il concetto di “convivenza costruttiva” tra le culture, cioè del mantenimento dell’identità delle diverse culture all’interno di un rapporto di interazione e di reciproco arricchimento.
Questa condizione viene simbolizzata mediante l’immagine dell’insalatiera, nella quale gli ingredienti rimangono distinti, ma si insaporiscono reciprocamente.
Purtroppo si tratta, ancora, di un modello ideale che incontra riserve ed interpretazioni riduttive.
La società multiculturale dovrebbe riconoscere se stessa come tale, ma affrontare i problemi in prospettiva interculturale, vale a dire apprezzando e valorizzando le differenze, smussando le asperità, negoziando valori.
Oggi, opportunamente, si parla di relativismo culturale e, a questo proposito, Dario Antiseri scrisse che la propria cultura non è “la cultura”, ma uno dei possibili modi di esistere, vale a dire di rapportarsi al mondo; ne consegue che la tolleranza non è una graziosa concessione che la cultura superiore fa a quella inferiore.
Il concetto di tolleranza, continua Antiseri, trova ulteriore fondamento nel fatto che nessuno può presumere di essere in possesso di valori assoluti.
Diceva, infatti, il filosofo storicista Max Weber che il mondo dei valori è un mondo politeista dove ognuno decide, a suo rischio, quale Dio servire.
I valori si traducono in comportamenti personali e in azioni sociali; i valori possono venire proposti e testimoniati, ma non imposti.
Si apre così il discorso sulla ricerca dei valori “veri” che, pur non avendo un fondamento assoluto, possono risultare, in un determinato momento storico, di accettazione, se non generale, almeno maggioritaria.
Il rispetto della persona, la libertà , l’uguaglianza sono sicuramente valori “veri”. Il rispetto della diversità è un valore vero? È possibile porre sullo stesso piano per un rapporto di scambio e arricchimento tutte le culture?
Può, ad esempio, arricchire una cultura fondata sulla divisione in classi, una cultura all’interno della quale non si coltiva il rispetto per la vita umana, una cultura che vieta le trasfusioni di sangue, una cultura al cui interno si pratica l’infibulazione femminile?
Sono interrogativi a cui non è semplice dare una risposta; non si dimentichi, però, che il dialogo interculturale esige mature capacità di comunicazione e che, nei rapporti tra culture, va abbandonata la logica vincitore\vinto in nome di un sereno confronto basato su conoscenza, comprensione, convincimento.
Recentemente è stata, anche, ventilata l’opportunità di contenere la presenza di alunni stranieri nelle classi (si è parlato di consentire, per ogni classe, una presenza massima del 20%).
Il problema non è nuovo e già la circolare ministeriale n. 2/2010, aveva previsto di fissare al 30% del totale degli iscritti il limite massimo di presenza di studenti stranieri nelle singole classi, soprattutto se studenti con ridotta conoscenza della lingua italiana, al fine di realizzare una equilibrata distribuzione degli allievi con cittadinanza non italiana tra istituti dello stesso territorio.
Questa norma, comunque non perentoria, dal momento che il limite del 30% poteva essere innalzato o ridotto, con determinazione del direttore generale dell’ufficio scolastico regionale, non poté, per ragioni oggettive essere applicata nei territori con alta presenza di stranieri; per applicarla, infatti, era ipotizzabile, solo, un costoso servizio di scuola bus che potesse consentire agli studenti stranieri la frequenza in una scuola con una percentuale di immigrati più ridotta.
Sarebbe opportuno, inoltre, chiedersi se è pedagogicamente corretto privare gli alunni della possibilità di condividere l’esperienza scolastica ( i compiti, attività scolastiche extracurricolari, etc.) con coetanei che vivono nello stesso contesto.
La C.M. n. 8/2013 e la nota ministeriale 22 novembre 2013. Prot. n. 2563 evidenziano la necessità per gli alunni con cittadinanza non italiana, in maniera particolare per i neo arrivati, di imparare l’italiano come L2, vale a dire lingua veicolare di studio per apprendere i contenuti disciplinari.
L’italiano come L2 si discosta sia dall’insegnamento di una lingua materna “semplificata”, sia da quello di una lingua straniera perché rappresenta un campo di intervento didattico specifico, per quanto concerne tempi, metodi, bisogni, modalità di valutazione, ma transitorio perché è destinato a risolversi nel momento in cui gli studenti diventano sufficientemente padroni della lingua italiana da essere in grado di seguire le attività didattiche comuni alla classe.
Ne consegue che ogni docente deve assumere il ruolo di “facilitatore di apprendimento” per il proprio ambito disciplinare e prevedere forme molteplici di facilitazione che sostengano l’apprendimento dell’italiano settoriale.
Tra le tecniche “di buon senso” utilizzabili, quelle di non imporre lettura ad alta voce, scrittura veloce sotto dettatura, di concedere l’uso del vocabolario, di utilizzare testi facilitati, di predisporre brevi dispense scritte al computer in linguaggio semplice, ricco di immagini e schematizzazioni, di consentire tempi più lunghi per prove scritte e per lo studio a casa, di organizzare interrogazioni programmate, di predisporre prove scritte e colloqui differenziati, da valutare più in base ai contenuti che alla forma, etc.
Utilissima la collaborazione della scuola, in base a specifiche convenzioni, con enti locali o enti vocati alla tutela degli stranieri, soprattutto per ottenere la disponibilità di mediatori linguistici e culturali.
Costituiscono un grosso ed angosciante problema gli sbarchi sulle coste italiane di migranti che non si riesce ad arrestare perché a spingerli c’è la guerra, la tirannide, la povertà, il desiderio di riscatto e di trovare fortuna girando il mondo.
Adriano Sofri, già nel 2013, a proposito dei respingimenti, chiese se fosse preferibile “un migrante annegato a un clandestino vivo che si aggiri per l’Europa”, nonché “un anonimo morto a un rifugiato vivo”.
Non è dato sapere se il “piano “Mattei”, finalizzato a costruire un nuovo partenariato tra Italia e Stati Africani, fondato su un approccio democratico e non di mero sfruttamento, o la creazione di hot spot in Albania, pare molto dispendiosi per l’Italia, riusciranno a risolvere il problema, ma sarebbe meraviglioso se si potesse assicurare la diffusione di quei “corridoi umanitari”, attualmente, gestiti da organizzazioni della società civile (religiose e non governative) con fondi privati (in Italia sono finanziati attraverso i fondi derivanti dall’otto per mille); tra questi i “corridoi umanitari”, ideati dalla Comunità di Sant’Egidio contro le “morti di speranza” dei tanti migranti inghiottiti dal Mediterraneo dopo le Primavere arabe.
Una volta giunti in Italia, questi profughi vengono smistati sul territorio e ricevono la così detta “accoglienza integrata” che li aiuterà ad inserirsi a livello sociale, lavorativo, scolastico, sanitario ed economico.È utopico pensarvi? Probabilmente sì, ma Tommaso Moro sosteneva che nessuna carta geografica è completa se non contiene un fazzoletto di terra che si chiama utopia….».

