Articolo di Ferdinando Pacileo
C’era una volta il cinema italiano. Quello che faceva scuola, che dettava le regole, che conquistava premi internazionali e imponeva nuovi canoni estetici e narrativi.
Fellini, Antonioni, De Sica, Rossellini, Pasolini: nomi che hanno fatto la storia, influenzando generazioni di registi in tutto il mondo. Un patrimonio artistico e culturale che sembrava inarrestabile.
Oggi, quel cinema sembra essersi trasformato in un ricordo sbiadito. Le sale si svuotano, i festival internazionali ci ignorano, e le produzioni sembrano girare attorno a schemi consolidati, spesso banali, raramente nuovi. A vincere è la commedia leggera, i volti noti sono l’unica garanzia di successo. Ma perché tutto questo accade?
Uno dei problemi principali è la mancanza di investimenti da parte dello stato. Il cinema, come tante altre arti, è stato abbandonato. I fondi pubblici, un tempo fondamentali per sostenere produzioni innovative, opere prime e registi emergenti, quasi non esistono più. Senza risorse, il coraggio diventa un lusso. E senza il rischio, l’arte muore.
Produrre un film è diventato difficilissimo, spesso diventa un esercizio per non fallire più che per stupire. E così si punta su ciò che “funziona”: trame già viste, storie leggere, target prevedibili. Nessuno può sbagliare, nessuno ha più margine.
Il risultato? Un cinema che si guarda allo specchio e non si riconosce. Che non osa, che non grida più, che non dà fastidio. Un cinema anestetizzato, incapace di raccontare con forza e originalità la complessità dell’Italia di oggi.
Eppure, le energie ci sarebbero. Giovani registi pieni di talento, sceneggiatori visionari, attori pronti a mettersi in gioco. Ma senza un sistema che li supporti, resteranno urla notturne, spesso costrette a emigrare altrove per realizzare i propri sogni.
Se l’Italia vuole davvero tornare a dire qualcosa nel panorama cinematografico mondiale, deve ricominciare a credere nella cultura come investimento e non come spesa, dare spazio a chi ha qualcosa da dire e rischiare. Perché il cinema non è solo intrattenimento, è identità, memoria, visione. E lasciarlo morire significa perdere un pezzo di noi stessi.
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