Bocciare o non bocciare?

Bocciare o non bocciare?

Bocciare o non bocciare?
La bocciatura è una soluzione efficace nel percorso scolastico di uno studente?
Approfondiamo insieme aspetti positivi e negativi dell’argomento.

Il tema della bocciatura è cruciale nel percorso didattico di uno studente.

Questa misura solleva pareri contrastanti e mette a confronto vecchie e nuove generazioni di insegnanti, linee di pensiero che spesso faticano ad incontrarsi.

L’evoluzione della didattica

Prima di addentrarci nel tema, è bene chiarire i principali mutamenti avvenuti nell’approccio didattico rispetto al secolo scorso.

Si è infatti passati dalla centralità del docente, con metodi prevalentemente trasmissivi e un ruolo passivo dell’alunno, alla centralità dello studente, che diventa parte attiva del proprio percorso didattico, organizzato in base alle sue necessità, con metodi che privilegiano la cooperazione, il coinvolgimento diretto e una didattica laboratoriale, orientata all’applicazione pratica del sapere per un impatto immediato nella realtà.

È bene tener conto di tutto ciò quando affrontiamo un argomento delicato come la bocciatura.

Bocciare per punire o per tutelare?

Ci sono varie ragioni per cui si decide di imporre a uno studente la ripetizione dell’anno scolastico.

Nell’ottica di una didattica inclusiva, individualizzata e personalizzata, ogni studente merita considerazioni diverse in relazione ai suoi bisogni, alle sue necessità e al suo percorso di vita scolastico e extra scolastico.

Su un piano del tutto pragmatico si conviene che lo studente non abbia raggiunto gli obbiettivi minimi necessari per accedere alla classe successiva, abbia una cattiva condotta o abbia sforato con i giorni di assenza.

Il consiglio di classe però prende in considerazione altre variabili non dichiarate espressamente, “non dette”:

La bocciatura è una misura utile a far maturare lo studente in questione? La presenza dell’alunno in classe può influire negativamente sul percorso dei compagni? Bocciare può realmente giovare alla vita del ragazzo o è solo un modo per punire lo scarso rendimento scolastico?

Insomma ciò che ci si dovrebbe chiedere è se rimandare uno studente sia davvero funzionale a migliorare la sua condizione di vita o potrebbe stroncare definitivamente una situazione di fragilità biopsicosociale.

L’insegnante riflessivo

Gli insegnati devono essere sempre disposti all’autocritica e all’autoriflessione.

La domanda da porsi è: abbiamo fatto tutto ciò che era in nostro potere per aiutare lo studente?

Abbiamo attivato le misure necessarie per ridurre le sue difficoltà e valorizzare le sue potenzialità nell’ottica di una didattica motivazionale?

Abbiamo sempre preso in considerazione modo, tempo e ritmo di apprendimento dell’alunno?

Gli insegnanti devono essere in primis dei bravi osservatori; osservazione che dev’essere intenzionale e sistematica.

Questa pratica porta immediatamente a individuare le criticità e i continui mutamenti del gruppo classe e del singolo alunno.

L’insegnante riflessivo è colui che pone sempre dei dubbi sull’adeguatezza delle proprie metodologie e cerca sempre il miglioramento in relazione alle necessità degli studenti.

In che modo si boccia?

La bocciatura, se adottata come misura, non va impartita di punto in bianco, onde evitare possibili traumi e spingere ad abbandonare gli studi, contribuendo alla dispersione scolastica.

L’alunno va accompagnato alla consapevolezza che la scelta è stata presa per il suo bene e che gli scarsi risultati ottenuti non dipendono da mancanze personali (basso intelletto etc), ma semplicemente dal poco impegno profuso durante l’anno.

Questo modo di operare si adotta perché l’autostima dello studente non ne risenta al punto da fargli perdere fiducia nelle proprie capacità e lasciare la scuola.

L’alunno, in sintesi, deve convenire con gli insegnati che quella sia la scelta più giusta in quel determinato momento.

Conclusioni

In definitiva, alla domanda se sia giusto o meno bocciare, non c’è una risposta corretta.

È però assodato che non sia una misura da adottare di default verso chiunque mostri delle carenze, e che la domanda giusta che un consiglio di classe deve porsi è: “dove abbiamo sbagliato?”

Il fallimento di uno studente è infatti il fallimento di un insegnante, di un educatore, che non ha saputo toccare le giuste corde per motivare un ragazzo, o non è stato in grado di identificare la situazione problematica e attivare le giuste misure d’intervento.

Articolo di Davide Bianco.

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