A distanza di quasi dieci anni dalla sua uscita in libreria, “Ciò che inferno non è” resta ancora una delle letture più commoventi e potenti che Alessandro D’Avenia ha regalato al suo pubblico di lettori.
Federico ha 17 anni, vive a Palermo, frequenta il liceo classico e il suo professore di religione è “molto speciale”.
Si chiama Don Pino Puglisi e sarà grazie a lui che il ragazzo scoprirà un’altra faccia della città che ha sempre pensato di conoscere.
Quella del quartiere Brancaccio, in cui i casermoni di cemento fanno da sfondo all’inferno che Cosa Nostra ha portato lì.
Ma, grazie a Don Pino Puglisi, Federico imparerà che anche all’inferno è possibile trovare angoli di paradiso.
E scoprirà che anche nell’abisso infernale si può riconoscere “ciò che inferno non è”
Centrale nel romanzo è la figura realmente esistita di Don Pino Puglisi, assassinato dalla mafia palermitana mentre provava a rendere più tollerabile l’inferno che Cosa Nostra aveva portato a Palermo.
Federico è un ragazzo come tanti che, nell’estate degli anni ‘90, assiste in tv alla strage di Capaci e la cui vita viene completamente stravolta quando padre Pino Puglisi (3P come lo chiamano i ragazzi del quartiere) lo invita a fare volontariato nel centro da lui fondato.
Il Padre Nostro nasce con l’intento di dare ai ragazzi di Brancaccio un luogo sicuro, lontano dalle grinfie dei “padrini” di Cosa Nostra.
E, lì, in una realtà completamente diversa a quella a cui è abituato, Federico fa la conoscenza di numerose figure.
Ragazzi come lui, ma con vite diametralmente opposte alle sue, segnati da un destino che sembra già scritto da altri per loro e che timidamente aprono il cuore alla speranza.
Quella speranza che Don Pino infonde nei loro cuori, quando racconta loro che “all’inferno o in paradiso uno c’è o non c’è. Non ci va […] Perché sono dentro di noi, dipende dallo spazio che lasciamo all’uno o all’altro.”
Don Pino Puglisi viene assassinato il 15 settembre del 1993, lasciando Brancaccio e Palermo, all’apparenza, ancora in mano alla violenza e alla sofferenza
Ma, in realtà, il suo esempio e le sue parole hanno già germogliato dentro i tanti ragazzi che ha contribuito ad aiutare.
L’esempio di Don Pino diventa emblema di come una vita spesa al servizio degli altri, facendo entrare nel proprio cuore l’amore di Dio e la giustizia e ribellandosi a un sistema omertoso possa davvero cambiare il corso di altre vite.
Una vita spesa al servizio dell’amore, perché “togli l’amore e avrai l’inferno. Ma metti l’amore e avrai ciò che inferno non è”.
Alessandro D’Avenia ha tratteggiato con uno stile che trabocca di riferimenti e omaggi alla letteratura che tanto ama la figura di un uomo, più che di un eroe, che ha fatto dell’amore e dell’ascolto la sua arma più potente.
Il Don Pino di “Ciò che inferno non è” è un uomo di grande intelligenza e cultura, ma che sa come parlare ai bambini, ai più umili, che lotta con coraggio per strappare le vite degli innocenti alle grinfie di Cosa Nostra.
Don Pino Puglisi, che l’autore ha incontrato quando era adolescente, è un uomo che crede che le tue azioni parlino per te e che anche se si riuscirà ad aiutare un solo bambino, allora si sarà fatto tanto.
Con uno stile limpido, scorrevole, a tratti quasi poetico, Alessandro D’Avenia racconta una storia di speranza e di luce
Lì dove nessuno credeva che queste sarebbero mai germogliate.
Intessendo nella trama riferimenti al mondo letterario e ammantando di eroicità e umanità al tempo stesso la figura di Don Pino Puglisi, lo scrittore riesce a dar vita a un racconto delicato e commovente, nel quale la vita di Federico, alter ego dell’autore e del lettore, si colora di nuove sfumature.
E che, nonostante l’orrore a cui assiste nel quartiere di Brancaccio, scopre che persino lì, all’inferno, è possibile trovare ciò che inferno non è.
Articolo di Maria Castaldo.
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