2 ottobre, Giornata mondiale della “Nonviolenza”

Articolo di Sara Barone

Nel suo libro La forza della verità (1909), Gandhi scriveva che la nonviolenza non è semplice assenza di conflitto, ma “una forza più potente di tutte le armi inventate dall’uomo”. Forse, proprio, oggi, nel 2025, questa forza assume un significato ancora più urgente. Viviamo in un tempo in cui le guerre tornano a occupare i titoli dei giornali, le parole violente si diffondono sui social e la cultura dello scontro sembra prevalere sulla capacità di dialogo. In questo scenario, la scuola diventa un luogo insostituibile. Educare alla nonviolenza significa educare al rispetto, alla giustizia, alla capacità di ascolto e alla gestione costruttiva dei conflitti.

Come ricorda Johan Galtung, padre degli studi contemporanei sulla pace, la nonviolenza non è mera utopia, ma un processo concreto di “trasformazione creativa del conflitto” (Peace by Peaceful Means, 1996). Non significa evitare lo scontro, ma imparare a trasformarlo in occasione di crescita.

Nonviolenza oggi, a scuola

Parlare di nonviolenza nel contesto scolastico significa:

  • insegnare che le parole hanno peso, e che la comunicazione rispettosa è già un atto di pace;
  • mostrare che le differenze non sono minacce, ma risorse preziose;
  • far comprendere che la vera forza non sta nel prevaricare, ma nel cooperare.

Papa Francesco, nell’enciclica Fratelli tutti (2020), ci ha ricordato che la nonviolenza attiva è “uno stile di politica per la pace” e che l’educazione deve formare cittadini capaci di scegliere la solidarietà e la cooperazione, invece che il conflitto sterile.

In fondo, nonviolenza ed educazione hanno lo stesso scopo: rendere possibile una convivenza giusta, rispettosa e feconda. La pace, allora, vista come una scelta educativa, diventa il più grande compito della scuola.

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