Articolo di Maria Castaldo
James è la riscrittura di uno dei romanzi fondanti della narrativa moderna americana, Le avventure di Huckleberry Finn. Protagonista, questa volta, è lo schiavo fuggiasco Jim, a cui Percival Everett, scrittore prolifico e ambizioso, regala una voce e un ruolo che Mark Twain, nel 1884, non era stato in grado di dargli.
Edito da La nave di Teseo, James è la narrazione coraggiosa e del tutto nuova del viaggio di Jim e dell’appropriazione della sua libertà e di un nome che appartenga solo a lui. Colmando i vuoti del romanzo di Twain, Everett racconta la storia di un uomo, caricandola di complessità e profondità e mettendo al centro la questione razziale.
Per farlo, Everett mescola black speech e inglese normativo (nella versione originale), ma introduce qui una sostanziale differenza. Il black speech è la lingua adottata dagli schiavi per rivolgersi ai padroni bianchi, sgrammaticata e imprecisa. Ma la novità principale adottata da Everett è che, in realtà, gli schiavi imparano il black speech e lo utilizzano solo in presenza dei padroni bianchi, mentre tra di loro si esprimono con proprietà di linguaggio e forme grammaticali corrette. Questo è il loro modo per ingannare i bianchi e il loro sistema di schiavitù, recitando la parte di individui sempliciotti e spiegando fin dall’infanzia ai loro bambini come comportarsi in modo da non attirarsi le ire dei padroni. In questo contesto così difficile vive Jim, uno schiavo fuori dal comune: Jim ha imparato a leggere e scrivere, prendendo di nascosto i libri dalla biblioteca del giudice Thatcher. Non solo, ha insegnato anche agli schiavi a leggere e scrivere, donando loro uno strumento fondamentale per raggiungere la libertà personale. Per Jim, la scrittura diventa un’arma con cui scrivere la sua storia, incidendo sulla carta, con la stessa forza con cui le frustate si incidono nella pelle, chi è davvero, cosa sogna, i suoi desideri, il suo futuro. Con la scrittura inizia a diventare James e non più solo in nero Jim.
Ma la sua cultura diventa anche sempre più difficile da nascondere e quando Jim e Huck si ritrovano a vivere a stretto contatto, fuggiaschi entrambi sebbene per ragioni diverse, per Jim diventa sempre più difficile nascondere James. Più volte Huck gli chiede perché parli in “quel modo strano” e inizia a sospettare qualcosa. Le vicende turbolente di cui saranno loro malgrado protagonisti li porteranno a dividersi e ricongiungersi, ma mentre di Huck perdiamo le tracce dopo un po’ – ma non è lui il punto centrale della storia – di Jim/James seguiamo attentamente il percorso. Nel suo vagabondare, lo schiavo conosce nuove facce del razzismo e mette alla prova la sua conoscenza, entrando in contatto con diversi individui. E con tutti, deve sempre far attenzione a mostrare il “lato” giusto: con i bianchi deve essere lo schiavo Jim, con i neri James. Fondamentale nel romanzo è, perciò, il tema dell’identità e della sua costruzione: cosa ci rende individui? Come ci liberiamo di un nome, di un destino che altri ci hanno cucito addosso e hanno deciso per noi? Jim lo scoprirà nel corso della storia, decidendo di ribellarsi a ciò che i bianchi gli hanno imposto fin da che ha memoria, il suo nome e il suo destino: “Con la mia matita ho scritto me stesso, portandomi all’esistenza”.
Attraverso la sua storia, Percival Everett offre una riflessione attualissima sulla questione razziale e porta a interrogarsi su come, in un paese come gli USA, fondato sulla schiavitù e sul sangue di un intero popolo, quello afro-discendente, non basta davvero dichiararsi anti-schiavisti per fare la differenza: “Un uomo che si rifiutava di possedere schiavi ma non aveva nulla in contrario al fatto che altri ne possedessero era pur sempre uno schiavista, a mio modo di vedere”.
Ed è così che nel romanzo il linguaggio diventa esso stesso strumento fondante della storia stessa e del mondo di Jim/James, che – come Everett – sceglie in maniera accurata le parole da usare, perché è ben consapevole del potere delle parole, un potere che può distruggere, ma anche creare:
“Mi chiamano Jim. Devo ancora scegliermi un nome. Secondo i sermoni religiosi dei miei carcerieri bianchi, sono una vittima della maledizione di Cam. I cosiddetti padroni bianchi non sono capaci di ammettere la propria crudeltà e avidità, e devono volgersi a quel menzognero frate domenicano in cerca di una giustificazione religiosa. Ma io non lascerò che questa condizione mi definisca. Non lascerò che la paura, l’indignazione prendano il sopravvento su di me, sulla mia mente. Se è inevitabile che sia indignato, non lo sarò più del solito. Ma ciò che mi interessa è come i segni che sto incidendo su questa pagina possano assumere un senso. Se possono avere un senso, allora la vita può avere un senso, e allora anche la mia esistenza può avere un senso”.
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