20 novembre – Giornata Mondiale dell’Infanzia

Articolo di Sara Barone

Il 20 novembre è l’anniversario della firma della Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza. Ma davvero ricordiamo? O rischiamo di celebrare una data lasciando invariato lo sguardo? Parlare di infanzia oggi significa molto più che sottolineare vulnerabilità e bisogno di protezione: significa riconoscere competenze, identità, desiderio di partecipazione. La scuola è il primo luogo dove questa visione può diventare concreta.

Spesso si pensa al bambino come a qualcuno da “colmare”: di conoscenze, comportamenti, regole. Ma l’educazione è anche (soprattutto) ascolto dell’esistente e non solo costruzione del futuro. “I bambini non giocano alla vita. La vivono.” Questa consapevolezza dovrebbe effettivamente trasformare il modo di progettare le attività, lo stile relazionale e perfino il modo di gestire la disciplina.

Maria Montessori lo diceva semplicemente: “Aiutami a fare da solo.”
In questa frase c’è tutta l’idea che l’infanzia non è attesa del futuro ma vita presente. I bambini non stanno provando a vivere: stanno vivendo.

Per tanto tempo abbiamo pensato che il nostro compito fosse “riempire” i bambini: di nozioni, regole, buone maniere. Invece educare è anche fermarsi, osservare, domandarsi: cosa sta già portando questo bambino nel mondo? Loris Malaguzzi, con i suoi “cento linguaggi”, ci avverte che i bambini comunicano, pensano e sognano in modi che non sempre passano dalle parole. Il bambino è fatto di cento. Il bambino ha cento lingue cento mani cento pensieri cento modi di pensare di giocare e di parlare.

Eppure, dobbiamo anche fare i conti con la concezione, spesso dimenticata, che nessun educatore cresce un bambino da solo. “Per crescere un bambino ci vuole un intero villaggio”, recita un proverbio africano. E quel villaggio non è fatto solo di mura scolastiche e programmi ministeriali: è fatto di relazioni. Famiglia, scuola, quartiere, servizi educativi, biblioteche, associazioni sportive e culturali – ognuno porta un pezzo di responsabilità, ma anche un pezzo di possibilità.

Quando questa rete esiste, il bambino sente che il mondo è un luogo abitabile, dove adulti diversi parlano tra loro, si sostengono, si coordinano per il suo bene. Quando invece il villaggio si spezza – quando scuola e famiglia si guardano con sospetto, quando le emozioni vengono delegittimate, quando la comunità tace – il bambino si ritrova al centro di un territorio frammentato, costretto a fare da ponte tra mondi che non comunicano.E dunque capiamo che educare non è sommare sforzi individuali, ma intrecciare legami. Ed è in questo intreccio che l’infanzia si sente non solo protetta, ma riconosciuta, accompagnata e, soprattutto… mai sola.

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